Con “Le cose non dette”, Gabriele Muccino torna nei territori che lo hanno reso celebre: le relazioni sentimentali in modalità terremoto emotivo permanente. Un ritorno alle origini che strizza l'occhio a “L'ultimo bacio”: solo che, nel frattempo, i protagonisti hanno qualche ruga in più e le stesse, identiche crisi esistenziali. E se, allora, quell’inquietudine generazionale appariva come uno scatto fotografico del presente, oggi sembra più una replica sbiadita, un déjà vu.
Accompagnato nel tour promozionale da Miriam Leone il regista, che a Catania ha incontrato il pubblico al cinema Ariston, rivendica l’intenzione di indagare le “verità nascoste” che governano le relazioni contemporanee. Coppie che sopravvivono per inerzia, famiglie prigioniere dei ruoli, amicizie fossilizzate in stereotipi: è un titolo che promette una rivelazione capace di cambiare il corso delle cose ma, mentre le persone cambiano senza trovare il coraggio di dirlo — o di dirselo, quella rivelazione non arriva mai. Muccino ripropone i suoi archetipi — uomini emotivamente immaturi, donne costrette a fare i conti con le loro fragilità, dialoghi tesi fino allo scontro — ma lo fa senza la forza innovativa degli esordi. I personaggi, che, come afferma il regista, dovrebbero trovarsi in una fase di “esperienza” rispetto alla stagione della speranza raccontata vent’anni fa, appaiono invece bloccati in un eterno presente drammaturgico. Non crescono: si agitano.
La scrittura insiste sull’idea dell’irrisolto, ma finisce per esserne vittima. Le dinamiche si ripetono, i conflitti si accumulano senza una reale progressione emotiva. È come se il film si compiacesse delle proprie tensioni senza avere il coraggio di spingersi oltre. L’irrisolto non è più una scelta narrativa: diventa un alibi.
E attraverso gli alibi ciascuno giustifica le proprie azioni. Perché è più comodo attribuire agli altri le colpe, senza riflettere su sé stessi.
Persino la risoluzione finale, che vorrebbe sorprendere, suona più come una scorciatoia: spiazzante, ma non esplicativa del percorso interiore dei personaggi. Il film funziona soprattutto quando si affida all’intensità emotiva dei suoi interpreti. Miriam Leone offre una prova misurata, trattenuta, capace di dare profondità a un personaggio sospeso tra consapevolezza e paura di rompere gli equilibri. Durante il confronto con il pubblico, dopo la proiezione all'Ariston, Muccino ha parlato del suo cinema come strumento di autoanalisi. E forse è proprio qui il nodo: la scrittura appare catartica per l’autore, ma meno generosa nei confronti dello spettatore. Attraverso gli interventi si intuisce che il pubblico presente si è focalizzato sui singoli personaggi, ma non su situazioni o tematiche, come un invitato a cena che ascolta una terapia di gruppo senza sapere bene quando potrà intervenire: il
film ambisce a smascherare le menzogne delle relazioni contemporanee, ma resta intrappolato nei propri meccanismi narrativi. Muccino torna ai suoi fantasmi, ma non fa il salto in avanti: sta a guardare dalla confort zone.
Resta la domanda se questo ritorno rappresenti un’evoluzione o un movimento circolare e la sensazione che, forse, alcune cose, pensate ma non dette….... non le dirà nessuno.


