iflessioni a caldo sulla Mostra Internazionale di Arte Cinematografica.
A poche battute dalla fine si può affermare che la kermesse veneziana ha coniugato cinema di alto livello, glamour, cultura e attenzione alla diversità e alle piccole realtà locali. A differenza delle edizioni precedenti alla pandemia, in cui spesso era possibile rilevare una tematica prevalente nella proposta delle diverse sezioni, negli ultimi anni si possono interpretare trasversalmente alcune tendenze. Questo cambio di prospettiva la dice lunga sulle trasformazioni socio culturali in corso d'opera. La capillarizzazione dei social sta trasformando le modalità comunicative accentuandone, paradossalmente, la complessità. Nel cinema questo comporta un’ esasperazione delle dinamiche drammaturgiche, che si tratti di relazioni familiari, lavorative, politiche o di guerra. Non pochi film sono ambientati negli anni '70, decennio di trasformazioni epocali. La differenza la fanno le innovazioni di linguaggio: uno per tutti, Motor City, sezione Venezia Spotylite, un action movie dal ritmo incalzante scandito da una colonna sonora strepitosa. Solo alla fine lo spettatore realizza che ci sono appena 5 battute in tutto il film: l'espressività è interamente affidata a musica e immagini. Cinema puro, la tradizione del muto con un innesto tecnologico. Fra i film italiani in concorso potrebbe non essere casuale la scelta di ben tre registi documentaristi ( Rosi, Marcello e Di Costanzo): la contaminazione di differenti grammatiche come innovazione. Infine, il volto glamour della Mostra: il nero, assoluto o illuminato dal bianco, è stato il colore dominante degli outfit dei Red carpet: ritorno alla tradizione in versione 2.0 ?
E......il cinema, e ciò che ruota intorno ad esso, sta seguendo un nuovo corso o lo sta anticipando?


