Avevamo letto, e con grande interesse, non molto tempo fa, le “Vite Storte” di Nunzia Scalzo, otto storie di donne dall'amore tormentato e finito in tragedia per poi essere raccontate nelle aule dei tribunali. Storie che Nunzia Scalzo, giornalista di vaglia, già direttrice del settimanale "I Vespri", ed oggi sua direttrice editoriale, nonché consulente grafologa del Tribunale di Catania e di numerose altre sedi giudiziarie, ci ha raccontato, e con grande coinvolgimento emotivo. Storie in cui il lettore entrava subito in empatia con le loro sfortunate protagoniste.
Nunzia Scalzo, che vanta un curriculum di tutto rispetto, laurea in Filosofia con il massimo dei voti e lode presso l'Università di Catania, specialista in psicologia e grafologia forense, con stage formativi nelle Università di Londra, Oxford e Cambridge, oggi è nelle librerie di tutta Italia con un appassionante e coinvolgente romanzo edito da Feltrinelli: “La regola dell'ortica”. E già il solo titolo, molto intrigante, desta non poca curiosità, per cui le chiediamo:
· - Un nuovo libro, dunque, sotto forma di un bell'avvincente romanzo: quanto c'è della grafologa forense Nunzia Scalzo nelle vesti della protagonista, anch'essa grafologa forense, Bea Navarra?
"Poco o nulla. Io e Bea Navarra siamo due persone diverse e lei non è la mia copia, ma non si può negare che in lei ci siano alcuni pezzi di me. Le ho dato il mio mestiere, la mia passione per la grafologia forense e quella curiosità tutta giornalistica, anche un po’ ostinata, che mi spinge a voler capire cosa si nasconda dietro la scrittura, e quindi dietro le apparenze. Bea però è più impulsiva, più istintiva di quanto io sappia essere nella vita reale, che al contrario ho sempre i piedi ben piantati per terra, di una razionalità assoluta, direi cartesiana. Scriverla è stato come guardarmi in uno specchio deformante, alcune parti di me le rivedevo, ma erano filtrate dalla lente narrativa che le amplificava o le trasformava anche se, in generale, credo che ogni autore lasci una traccia di sé nei propri personaggi, il gioco sta nel farla diventare una vita nuova, credibile e autonoma.
E Bea, ormai, vive di vita propria".
- Una curiosità. Partiamo dal titolo: perché proprio “La regola dell'ortica”?
C'è un nesso con questa pianta erbacea, che tante volte cresce spontanea nei posti più disparati peraltro ampiamente utilizzata sia in campo officinale che in cucina?
"Il titolo è nato così, quasi per caso. Diciamo che l’ortica è una pianta con cui ho avuto un incontro ravvicinato e non piacevole da bambina, ma che comunque mi affascina: all’apparenza umile, persino fastidiosa, è capace di sorprendere se si impara ad avvicinarla nel modo giusto. Proprio come certe verità o certe persone: se ci si approssima senza attenzione, si rimane feriti; se invece si impara a maneggiarle con rispetto e competenza, possono addirittura rivelarsi preziose.
Nel romanzo, la “regola dell’ortica” è questo, saper dosare la distanza e la vicinanza, capire quando stare al bordo delle cose e quando andare a fondo, anche se può fare male. È un titolo che contiene in sé un avvertimento ed una promessa".
- Romanzo, questo tuo, lo ricordiamo, ambientato nella “Catania bene” degli anni Sessanta, la “raggiante Catania” di cui peraltro parla anche la cantante catanese Carmen Consoli nella sua “In bianco e nero”. E tutto inizia con una giovane donna, Norma Speranza, che – siamo nel 1965 – viene trasportata all’ospedale dal marito e dal portinaio di casa in gravi condizioni, morendo poco dopo il ricovero. A primo acchito sembrerebbe che si sia sparata con un fucile su di una poltrona del suo salotto di casa, o almeno questo è ciò che concludono le prime indagini, sebbene siano molti i dubbi sulle modalità del gesto e sul movente. A confermare l’ipotesi del tentato suicidio ci sarebbe, poi, un biglietto trovato accanto al corpo con su scritto: “Tutto è distrutto e io mi ammazzo”.
La famiglia, invece, è convinta che si tratti di un omicidio, e che il biglietto sia stato creato ad arte per offrire un alibi all’assassino.
Sessant’anni dopo, la nipote di Norma dà l’incarico di analizzare ancora una volta quel biglietto a Bea Navarra, grafologa forense di chiara fama...
"Potrei dire che quella Catania ha scelto di essere raccontata ancora una volta anche da me, io non l’ho vissuta, sono nata dopo, ma i ricordi di chi c’era rimandano tutti alla stessa immagine di un luogo e di un tempo in cui tutto sembrava possibile, ma dove sotto la superficie elegante si muovevano storie, tensioni e contraddizioni.
Tratti che ho ritrovato leggendo i giornali del tempo per inquadrare la storia di Norma Speranza. La “Catania bene” degli anni Sessanta sembra avesse un fascino quasi magnetico: i palazzi nobiliari, la voglia di nuovo, i primi segni di modernità dopo la guerra… eppure, bastava spingersi appena oltre la facciata per scoprire altre verità, meno luminose. Carmen Consoli in “In bianco e nero” ne restituisce perfettamente il contrasto: la bellezza abbagliante e, insieme, l’ombra che la accompagna".
- Anche il precedente libro, “Vite storte”, è frutto di una tua accurata e documentatissima ricerca giornalistica, anche questa in forma di cold cases.
C'è qualche collegamento fra i due libri e quindi, in un certo senso, anche dei vari personaggi?
“Si può affermare che i due libri condividano un filo sotterraneo: quello dell’attenzione per le storie dimenticate e per le verità rimaste a lungo nell’ombra, le verità nascoste. In Vite storte c’era una forte impronta giornalistica e il desiderio di dare voce a vicende reali; ne La regola dell’ortica quelle stesse inquietudini e domande sono entrate in un contesto narrativo, ma non hanno perso il legame con la realtà. Non ci sono personaggi che passano da un libro all’altro, ma chi ha letto il primo potrà riconoscere la stessa sensibilità verso certi temi e, forse, la stessa “firma” nel modo di scavare nei dettagli. È come se i due romanzi fossero fratelli: diversi nell’aspetto, ma con lo stesso sangue nelle vene”.


