È un’Aida tessuta su una serie di dicotomie quella che ha inaugurato la stagione lirica 2026 del Teatro Massimo Bellini di Catania (con una rimodulazione dei turni provocata dal passaggio dell’uragano Harry). È lo stesso regista Marco Vinco a indicarcene la via nelle sue note di regia, quando dichiara di aver voluto rappresentare “la dimensione terrena attraverso l’azione dei cantanti e la dimensione celeste attraverso coreografie e sospensioni aeree”. Assistiamo così ad una vera e propria costruzione della scena (ideata da Guido Buganza insieme ai costumi) su più livelli, con il continuo ‘saliscendi’ di ballerini-acrobati dotati di prorompente fisicità e corporeità, molto ‘terrena’ a dire il vero, pur nell’astrazione del disegno. Il pensiero evoca un polistilismo tra Fura dels Baus e circo di Montecarlo e, perché no, anche sinuose movenze di Lape dance. Le coreografie sono frutto delle diversificate esperienze di due coreografi, Filippo Stabile e Ileana Ciccarello, alla guida della ‘Compagnia Create Danza’. Non mancano i riferimenti ad una complessa serie di simbolismi, cromatici e visuali, relativi ad un Egitto atavico e misterioso, che convivono senza soluzione di continuità: l’apparizione di una grande maschera di Faraone calata dall’alto, il dio Anubi che, alla fine, attraversa lo sfondo come per condurre le anime degli amanti, Aida e Radames, nel regno ultraterreno; e, ancora, l’uso cromatico dei costumi, il diffuso nero delle masse e delle scene, l’azzurro di Amneris, il rosso di Aida, l’oro; tutto sotto l’attento controllo delle luci (Oscar Frosio).
La strutturata macchina scenica si è, naturalmente, rivelata complicata nella gestione degli equilibri musicali; il coro (istruito da Luigi Petrozziello), per esempio, è apparso, in certi momenti sacrificato e penalizzato dalle posizioni in scena. È stato allora il direttore d’orchestra Fabrizio Maria Carminati, dall’alto della sua esperienza e competenza, ad assicurare la necessaria coesione all’insieme non limitandosi, oltre tutto, al rigore dell’unità, ma imprimendo all’orchestra un’idea interpretativa moderna e sensibile, ottenendo chiarezza e trasparenza dagli archi e dai fiati oltre che magnificenza di colori negli insiemi (vedi la grande scena del trionfo) senza mai scadere nel semplice effetto di magniloquenza. Un Verdi decisamente compreso ed onorato.
Rispetto all’azzardo dell’impostazione scenico-visiva (piena di allusioni di ordine spirituale e riferimenti al contrasto guerra-pace) e alla raffinata ricercatezza strumentale, l’intervento delle voci sembrava sposare una logica più tradizionale, un rifugiarsi, se vogliamo, verso una interpretazione di tradizione. È prevalsa, complessivamente, la scelta di un canto possente, a piena voce, che difficilmente tentava di piegarsi alle suggestioni liriche di cui pure l’opera è piena. Come nel caso del Radames di Jorge de León, tenore a tutto tondo, dotato di squillo lucente ma poco disposto ad una ricerca di nuances e sfumature che al lato ‘amoroso’ del condottiero non dispiacerebbero. Più variegata e ricca di tensione emotiva l’Aida di Oksana Dyka sfoggiava un sopranile timbro vocale pronto a muoversi attraverso l’ampia dinamica di registri vocali che la parte contiene; anche l’Amneris del mezzosoprano Nino Surguladze era sensibile ad una interpretazione che assecondasse i variabili stati d’animo dell’innamorata delusa ma fiera, con voce spavalda, ricca di armonici ben timbrati. Franco Vassallo era un Amonasro dal tono epicheggiante sia per intensa vocalità sia per presenza scenica; Insung Sim (Ramfis) ed Emanuele Cordaro (il Re) erano due bassi stentorei, come da tradizione, mentre Ivan Tanushi (un messaggero) ed Eva Corbetta (Sacerdotessa) completavano l’equilibrato cast.
L’inaugurazione ha visto una partecipazione da ‘tutto esaurito’ e il pubblico ha gradito il ritorno di un titolo come quello verdiano, che mancava al Bellini da 24 anni, applaudendo calorosamente.


