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La giovinezza rigenerata secondo Italo Svevo

2026-02-09 19:52

Aldo Mattina

Cronaca, Spettacoli, Focus,

La giovinezza rigenerata secondo Italo Svevo

Al Verga uno spettacolo di qualità costruito secondo i canoni di una classicità ormai desueta che rimette in scena un autore non poco frequentato sulle scene

 

    È possibile fare ancora teatro di qualità, senza ricorrere a rifacimenti o manipolazioni ipermoderniste? Sembra proprio di sì, almeno a giudicare dall’allestimento de “La rigenerazione” di Italo Svevo proposto dal Teatro Stabile di Catania per la sua Stagione 2025-26.

     Uno spettacolo costruito secondo i canoni di una classicità ormai desueta che rimette in scena un autore non particolarmente frequentato sulle scene e, oltretutto, in un lavoro scritto per il teatro (piuttosto che il ‘solito’ romanzo – La coscienza di Zeno – adattato più volte drammaturgicamente). La rigenerazione è, infatti, l’ultimo lavoro teatrale di Svevo, scritto fra il 1926 e il 1927, un anno appena prima della prematura morte susseguente ad un incidente stradale. Si può considerare come la summa del pensiero sveviano e sta sicuramente al fianco di Pirandello e Joyce (pur se in maniera del tutto personale) nel rappresentare l’inquietudine dell’uomo e la crisi dei valori che attraversarono l’intera Europa agli albori del Novecento.

     Ne La rigenerazione ritroviamo, ancora una volta, i temi affrontati dallo scrittore triestino nei suoi romanzi, a partire da ‘Senilità’ (1898) fino alla Coscienza di Zeno (1923). Il protagonista, Giovanni Chierici, è un padre di famiglia avanti negli anni che conduce la sua vita sempre più emarginato dai congiunti, i quali a stento ne tollerano le abitudini, come quella della giornaliera passeggiata con il nipotino (con la figlia Emma sempre in apprensione); la vecchiaia, infatti, mina sempre più la sua memoria e, insieme agli acciacchi fisici, ne amplia le fragilità. È a questo punto che l’uomo decide di sottoporsi ad un intervento chirurgico di ‘rigenerazione’, propostogli insistentemente dal nipote Guido, uno studente di medicina entusiasta della scienza moderna (in opposizione al medico di famiglia dottor Raulli che dissente). Giovanni spera così di riacquistare forze e mente giovanili che gli consentano di iniziare una ‘nuova’ vita. L’intervento sembra riuscire ma in realtà non fa altro che accentuare una malinconica rievocazione proustiana dei ricordi del passato (rivissuto in forma onirica), compreso il frequente rimpianto per un amore giovanile abbandonato per i condizionamenti moralistici della società borghese. Lo identifica, nel presente, con l’avvenente e passionale figura della cameriera Rita ma il ‘risveglio’ lo riporta alla realtà immanente della moglie Anna, cui resta indissolubilmente legato.

     C’è nell’opera di Svevo un continuo contrapporsi di piani, fra passato e presente, vecchiaia e gioventù, realtà e sogno evocativo. Ancora una volta la “inettitudine” (protagonista dei suoi romanzi) prevale nella impossibilità di spingersi ad azioni volitive. Il linguaggio, intessuto di riferimenti a quella psicologia freudiana che tanto intrigava Svevo, è un susseguirsi di elementi ora tragici ora (soprattutto) comici se non grotteschi, illuminanti ed eleganti; grande letteratura.

     La regia di Valerio Santoro riesce a mantenere la giusta tensione emotiva, nel rispetto del testo, pur opportunamente snellito. Le scene di Luigi Ferrigno dipingono un severo interno borghese in stile ed in perfetta sintonia con i costumi di Dora Argento, così come le musiche di Paolo Coletta, il suono di Hubert Westkemper e le luci di Cesare Accetta.

      Dominatore assoluto sulla scena, Nello Mascia interpreta un Giovanni Chierici ricco di sfaccettature, sia nel gesto e nella mimetica maschera facciale sia nell’insinuante parola pronta al cambiamento nello svilupparsi della dicotomia vecchiaia-giovinezza. Gli fanno da corona il gruppo di affiatati attori che rivestono i numerosi ruoli: Matilde piana, innanzitutto, vitalissima moglie amante degli animali e poi, via via, Roberta Caronia, Alice Fazzi, Nicolò Prestigiacomo, Massimo De Matteo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio e Roberto Mantovani.

     Produzione Teatro Biondo di Palermo e Teatro Rossetti-Stabile del Friuli Venezia Giulia.

     Calorosissimi gli applausi del pubblico per uno spettacolo che lascia il segno.