In un’epoca dominata sempre più da registi protagonisti ed egocentrici, spesso irrispettosi dell’autore che portano in scena, fino a sovrapporsi con discutibili ri-creazioni, all’insegna di un modernismo sempre più omologato, il recupero di un celebre allestimento ormai datato (1988) del Teatro Regio di Torino ha portato una ventata di freschezza sulle tavole del palcoscenico del Sada. Stiamo parlando del ‘Don Pasquale’ di Gaetano Donizetti, opera posta alla ripresa dello scorcio conclusivo della stagione lirica 2025 del Teatro Massimo ‘Bellini’.
L’allestimento in questione è quello nato dalla collaborazione del regista Ugo Gregoretti con lo scenografo e costumista Eugenio Guglielminetti, qui ripreso con sapienza e buongusto da Giandomenico Vaccari. Una vivacissima Roma ottocentesca fa da sfondo, con qualche onirica e surreale manipolazione (vedi il Tevere trasformato in improbabile canale veneziano su cui scorre un naviglio e in cui Don Pasquale pesca…uno scarpone) ad una vicenda buffa riempita da una variopinta umanità che si aggiunge alla presenza dei protagonisti: un onnipresente pittore, saltimbanchi, artisti di strada che restituiscono e accentuano tutto il buonumore che scaturisce dalla vicenda in cui Donizetti sembrò accompagnare il melodramma italiano verso le ultime scintille di una tradizione buffa apparentemente cristallizzata (il vecchio burbero gabbato, la sposina despota che insieme all’innamorato e al dottore lo raggira) ma in realtà rinnovata e raffinata in sottile comicità. E non parliamo, per cortesia, di ripiegamento verso un oleografismo del passato; un geniale capolavoro registico è per sempre!
Prima protagonista musicale della serata è stata l’Orchestra Stabile guidata per la terza volta da un ancor giovanissimo Riccardo Bisatti, direttore venticinquenne in grande ascesa che avevamo già apprezzato al Bellini in due brillanti concerti sinfonici negli ultimi due anni. Bisatti ha impresso un ritmo assai brillante con una ricerca di colori ed un’attenzione all’agogica veramente ammirevoli (fin dalla Sinfonia introduttiva). Una conduzione, insomma, che non si limitava ad ‘accompagnare’ i cantanti ma a sostenerli e indirizzarli, rischiando semmai di diventare in qualche momento addirittura protagonista.
I protagonisti, d’altra parte, in un simile contesto sia visivo sia musicale, hanno svolto il loro ruolo con una partecipazione a 360 gradi, in punto vocale ed anche in ambito puramente attoriale, rendendo assai credibile ed equilibrato il risultato complessivo della recita Dario Russo è stato un protagonista assai misurato, donando umanità priva di gratuita gigioneria al suo Don Pasquale, sfoggiando una vocalità piena e musicalissima e raggiungendo l’apice nel fantasmagorico duetto con scioglilingua del terzo atto col dottor Malatesta, un validissimo Nikolai Zemlianskikh; una sorta di duello linguistico ingaggiato tra i due fra palcoscenico e sala, per il divertimento di un pubblico assai coinvolto.
Marina Monzò ha dato frizzante vitalità al personaggio di Norina, caratterizzandone ogni sfumatura con disinvoltura e naturalezza senza nulla concedere ad eccessi, mantenendosi su una linea di canto rigorosissima. Jack Swanson è stato un Ernesto all’insegna della grande liricità, emergendo soprattutto nei passaggi sinuosi ed insinuanti senza escludere estremi acuti, sia pur molto ‘chiari’, come nella cabaletta del secondo atto, preceduta dall’aria ‘Cercherò lontana terra’ (da sottolineare l’introduzione all’aria da parte della calda e strepitosa tromba solista di Mario Musumarra). Dario Giorgelè, infine, dava corpo e divertita ugola al notaro.
Da sottolineare anche il convincente apporto, sempre a piena voce, del coro istruito da Luigi Petrozziello.
Spettacolo convincente, divertente, ma con gusto, che ha riscontrato il pieno gradimento del pubblico.


