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Al Bellini "Una vedova allegra" ma non troppo

2026-03-09 13:54

Aldo Mattina

Cronaca, Spettacoli, Attualità, Focus,

Al Bellini "Una vedova allegra" ma non troppo

Buona intenzione ma col demone’ dell’attualizzazione a tutti i costi, riferimento ai fatti d’oggi e il sano divertimento fa i conti con la follia della guerra

 

    Quello dell’operetta è un genere un tempo assai popolare che oggi viene spesso riservato a stagioni dedicate con compagnie ‘di giro’ che fanno del loro meglio ma che non sempre sono ‘attrezzate’ per renderne appieno il valore. I capolavori del genere, quelli di Offenbach, di Lehar meritano, invece, la stessa cura riservata all’opera e bene fanno gli enti lirici ad inserirle, di quando in quando, nelle loro programmazioni ‘ufficiali’; purché gli si riservino le stesse attenzioni dei titoli operistici. Bene ha fatto, quindi, il Teatro Massimo Bellini ad inserire nella sua programmazione ufficiale la più celebrata operetta del repertorio austriaco, “Die lustige Witwe” (La vedova allegra) di Franz Lehár, libretto di Victor Léon e Leo Stein, su cui ha puntato, almeno sulla carta, per realizzare uno spettacolo fastoso e luccicante, ma non solo.

     A volte però le buone intenzioni vengono inquinate dal ‘demone’ dell’attualizzazione a tutti i costi, dal sottile riferimento ai fatti d’oggi ed ecco che anche la magia di un sano divertimento da operetta deve fare i conti con la riflessione sulla follia della guerra facendoci tornare alla realtà; dallo scempio della Prima guerra mondiale all’Ucraina ed al Medio Oriente di oggi; è sufficiente inserire un breve prologo in cui i due protagonisti appaiono, laceri e ancora innamorati, in uno scenario da desolante fine guerra; e ricordano il sogno di un’Austria felix, di una belle époque che non si accorgeva della guerra incombente… Questa l’idea registica di Alessandro Idonea e del coregista Giandomenico Vaccari, il quale ha elaborato la drammaturgia inserendo anche un epilogo che chiude il cerchio del ricordo con Hanna Glawari e Camille de Rossillon che osservano il Can Can finale allontanandosi danzando il loro valzer.

     Le scene di Giacomo Callari, ridotte all’essenziale, lasciano il posto a lunghe sequenze di proiezioni e immagini (di Leandro Summo) che alternano di tutto e di più, da una incombente e grandiosa torre Eiffel a coloratissimi effetti di luci fino al famoso tuffo di zio Paperone sulle amate d’oro (l’agognato tesoro della vedova miliardaria è, infatti, sempre al centro della vicenda). Molto variegati ed eleganti, invece, i costumi dello stesso Callari. Determinanti e trascinanti le coreografie di Fredy Franzutti, affidate ai bravi ballerini del Balletto del Sud; puntuale, ma senza eccessivo trasporto, l’intervento del coro istruito da Massimo Fiocchi Malaspina.

     E veniamo alla parte musicale, affrontata dal nutrito cast (ci riferiamo a quello della ‘prima’) con un complessivo equilibrio d’insieme senza particolari gigionerie, se si esclude l’intervento volutamente comico-grottesco di Giovanni Calcagno, un attore di estrazione tragica qui alle prese col caricaturale personaggio di Njegus. Protagonista indiscussa è stata il soprano Mihaela Marcu nei panni della vedova Hanna Glawari, impersonata con una certa compostezza, la quale ha raggiunto l’apice interpretativo nella celebre scena della vilja, eseguita con delicatezza di accenti e luminosità timbrica. Al suo fianco il baritono Mario Cassi era un Conte Danilo disinvolto ma senza particolare trasporto passionale mentre il Camille de Rossillon del tenore Matteo Falcier appariva buon fraseggiatore pur con qualche screziatura nella regione acuta. Jessica Nuccio era una Valencienne fin troppo morigerata (più ‘donna onesta’ che grisette).

       Accomuneremo tutti gli altri all’insegna di una accurata coralità d’intenti in linea con una esecuzione complessiva senza particolari sprazzi di briosità: Fabrizio Brancaccio, Nicola Pamio, Stefano Consolini, Gianni Giuga, Paola Francesca Natale, Filippo Micale, Tatiana Previati, Giovanni Palminteri, Antonella Colaianni. D’altronde la concertazione e direzione d’orchestra di Roberto Gianola prediligeva un tratto non invasivo e compunto, non particolarmente incisivo, che sembrava affidarsi alla professionalità dell’Orchestra etnea. Allestimento del Teatro Politeama Greco di Lecce.Non è mancato alla fine l’apprezzamento del pubblico con reiterati applausi al ritmo del Can Can di Offenbach. Un’operetta come La vedova allegra alla fine te li strappa.