Come sono strane, a volte, le vicende della programmazione nei teatri lirici; ed anche Catania non fa eccezione. Se rivediamo i cartelloni storici delle stagioni liriche del Teatro Massimo Bellini, troviamo l’Otello di Giuseppe Verdi con una frequenza che, dal 1896 al 1940 è pressoché decennale, poi si abbassa a quinquennale (o anche meno) fino al 1962; ancora due riprese decennali, 1971 e 1983, e, in rapida successione altre due nel 1985 e nel 1987 (preziosa ricostruzione iconografica di Marco Impallomeni nel libretto di sala odierno). Poi? Poi il nulla. Dovranno passare ben 38 anni prima di giungere al successivo allestimento, quello presente! Risulta quindi quanto mai opportuna la ripresa, da parte del Bellini, di questo immenso capolavoro verdiano che, per potenza drammaturgica (non solo musicale) grazie anche al libretto di Arrigo Boito, merita di stare accanto al titolo shakespeariano.
Un’attesa che è stata ripagata con un frutto che segna il presente e lo consegna alla storia delle interpretazioni più esaltanti. Tutto ha funzionato a dovere in questo allestimento dell’Opera Nazionale di Tbilisi prodotto dall’Opéra di Montecarlo con la regia ripresa da Zaza Agladze. Scene assai funzionali di Bruno de Lavenère su due livelli collegati da una scala a chiocciola, grandi arcate attraverso le quali si ammirano le marine in video di Etienne Guiol e Arnaud Pottier con tanto di suggestiva tempesta vivificata da effetti-lampi con le luci di Antonio Alario; costumi in stile d’epoca di Ester Martin Garrido Una ricostruzione, si dirà, all’antica, magari non priva di oleografismo, ravvivata però dalla moderna tecnologia e che ha il grande merito di non distogliere da quello che ‘crea’ la vera drammaturgia dell’opera, la Musica di Giuseppe Verdi. E a questo ha pensato e provveduto la sapiente bacchetta di Fabrizio Maria Carminati, in totale sinergia con un’orchestra ed un coro al meglio delle proprie potenzialità, che sono tante. Colori brillanti, ritmi che accompagnano ora il furore delle scene più lancinanti ora i momenti di riflessione lirica; cura estrema di ogni dettaglio per raggiungere un equilibrio tra golfo mistico, scena e canto, sia solistico sia corale. All’impeccabile e agguerrito coro istruito da Luigi Petrozziello si aggiungeva quello, delizioso, delle voci bianche “InCanto” dirette da Alessandra Lussi mentre Lino Privitera provvedeva a guidare le gradevoli coreografie con l’ausilio di ottimi danzatori. E l’orchestra, naturalmente, protagonista di una prova esaltante.
Ma non bisogna dimenticare che Otello vive, innanzitutto, della prestazione dell’Otello di turno e, in questa occasione, abbiamo avuto il miglior interprete possibile del ruolo eponimo, il tenore statunitense Gregory Kunde, il quale ha dominato la scena con l’autorità che gli è ampiamente riconosciuta, quella di una carriera stellare in continua crescita, dall’iniziale belcantismo (Rossini e Bellini per lui non hanno segreti) al progressivo aggiungersi del repertorio francese e quello verdiano fino a Puccini. Un repertorio sconfinato che, per quantità di titoli, ha pochi riscontri nella storia del canto lirico (ci viene di pensare a Nicolai Gedda). Il suo Otello è, al tempo stesso, rispettoso della grande tradizione e modernissimo nella lettura umana del personaggio, sofferto e scavato piuttosto che tonitruante; un miracolo di longevità vocale che solo la strepitosa tecnica può aiutare a conservare (e ci viene di ricordare il suo ‘mentore’ dichiarato, Afredo Kraus).
Il suo antagonista, il cinico e spietato Iago, ha avuto in Franco Vassallo un validissimo contraltare; una presenza scenica imponente e quasi invasiva che può far leva su una vocalità brunita e piena, ricca di sfumature e capacità di proiezione dai poderosi centri verso disinvolti acuti; il tutto al servizio di una trascinante attorialità. Un po’ ‘schiacciata’ da cotanti protagonisti la pur brava croata Lana Kos sopperiva con una interpretazione assai intensa, soprattutto sul piano scenico-drammaturgico, ad un accademismo lievemente algido sul piano vocale che ne limitava il lirismo di talune scene (vedi la celeberrima Ave Maria ripulita dalle nuances che nell’aria ci si aspetterebbe).
Ottimo l’apporto, sia sul piano drammaturgico sia su quello vocale, da parte di tutti gli altri: Paolo Antognetti (Cassio), Ivan Tanushi (Roderigo), Anna Malavasi (Emilia), Luca Dall’Amico (Lodovico), Fabrizio Brancaccio (Montano), Luciano Leoni (Un araldo).
Lo spettacolo è stato preceduto dalla consegna di una targa per ricordare un grandissimo interprete del passato, Mario Del Monaco (più volte presente a Catania in memorabili interpretazioni), consegnata dal Sindaco Trantino e dal sovrintendente Cultrera al figlio Giancarlo, apprezzato regista.
Grande successo per la ‘prima’e applausi a scena aperta da parte del numeroso pubblico presente. Uno spettacolo da ricordare!


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