Per molti anni “il” Concerto di Capodanno è stato monopolisticamente identificato con Vienna. Merito, indubbiamente, della televisione che ne amplificava l’ascolto e la visione. Così mentre dalle cucine degli italiani si diffondevano gli effluvi del rituale pranzo di inizio d’anno, le note degli Strauss, provenienti dalla ‘scatola magica’, fungevano da immancabile sottofondo musicale da ascoltare magari con un certo distacco, salvo poi guardarne la fine con un minimo di attenzione in più, già seduti attorno alla tavola imbandita. Certo, a pensarci bene, non era il solo concerto di Capodanno, in giro per il mondo ed anche per l’Italia, ma l’unica diretta televisiva del nostro paese, assicurava alla fastosa ed infiorata sala del Musikverein un alone quasi magico (e forse per qualche vecchio nostalgico è ancora così…). Poi una ventina di anni fa la televisione di Stato, con improvvisa virata, decise di dare maggiore visibilità all’italianità del concerto di Capodanno del Teatro La Fenice di Venezia, il quale si impose sempre più optando per un repertorio che esaltasse il patrimonio dell’Opera prevalentemente italiana. E così è ancora oggi. Certo nel corso degli anni la locandina si è sempre più cristallizzata; se da un lato, a Vienna, i valzer degli Strauss continuano a farla da padrona (sia pure con inserimenti di altri autori) fra la centralità del bel Danubio blu e la conclusione ritmata dal battere delle mani con la Marcia Radetzky, dall’altro, a Venezia, non possono mancare il “Va’ pensiero”, il “Nessun dorma”, la “Casta diva” e il brindisi della Traviata. In fondo è una sorta di rito laico collettivo che probabilmente tutti si aspettano, salvo poi lamentarsi sui social per la ‘deludente’ prestazione degli artisti di turno (gli ultimi sono sempre ‘peggiori’ di quelli degli anni precedenti…).
Ma c’è tutto un mondo di Concerti di Capodanno, realizzati in ogni dove, che rischiano di passare inosservati (se non a chi vi assiste in teatro) solo perché non sono stati scelti dalla programmazione televisiva; potere della comunicazione. Solo che oggi le alternative offerte dalle TV locali e, ancor più, dalla rete, si sono ampliate a dismisura democratizzando sempre più le possibilità di visione ed ascolto.
E a Catania? La tradizione c’è, eccome, e si può confrontare con chiunque. Con una connotazione, oltre tutto, che ogni anno amplia lo spettro musicale scegliendo di volta in volta una diversa tematica. L’aspetto rituale non manca e lo sa bene il pubblico che ogni anno affolla la sala fino all’inverosimile; la ripresa televisiva di Telecolor/Antenna Sicilia è poi un elemento in più per la diffusione di un evento sempre più atteso in città e fuori.
Quest’anno il tema centrale del concerto è stato l’Operetta, un genere musicale particolarmente adatto a creare un clima festoso e leggero, intercalato da pochi interventi ‘viennesi’ comunque sempre attesi. Il risultato è stato particolarmente riuscito grazie anche, e soprattutto, al valore di tutti gli interpreti. L’orchestra, innanzi tutto, il cui livello la pone oggi tra le migliori formazioni italiane e non solo, specie quando alla sua guida si pone un grande direttore, come si è dimostrato, in questa occasione, Andrea Sanguineti, giovane personalità ben nota ai frequentatori del Bellini per essersi esibito più volte, sempre con grande successo. La sua conduzione sanguigna, appassionata, ha impresso un sigillo indelebile alle esecuzioni, dall’Ouverture del Pipistrello di Strauss al valzer Sul bel Danubio blu ed altro ancora. E poi, naturalmente, i due solisti di canto, il soprano Donata D’Annunzio Lombardi e il tenore Alessandro Scotto di Luzio. La prima indimenticabile Ciò Ciò San in una splendida edizione di Madama Butterfly ed anche squisita Mimì al fianco del compianto Marcello Giordani. Luminosa e suadente la sua esecuzione della canzone di Vilja (dalla Vedova allegra di Lehar) così come esemplari sono state le altre pagine da “La principessa della Csárdás” e “La contessa Mariza” di Kalman. Accanto a lei splendido fraseggiatore dal magnifico squillo è stato Scotto di Luzio, particolarmente applaudito nell’esecuzione di “Tu che m’hai preso il cor” dal Paese del sorriso. E, ancora, le splendide pagine dalla Vedova allegra di Lehar e da Lo zingaro barone di Strauss con il determinante apporto del Coro del Bellini istruito da Luigi Petrozziello.
Un bis mediterraneo, il celebre Can can di Offenbach, concludeva in maniera spumeggiante e irresistibile la splendida serata, officiata dal Sovrintendente Giovanni Cultrera di Montesano insieme alla direzione artistica di Fabrizio Maria Carminati.
E con un pizzico di orgoglio possiamo ben dire che in un ipotetico ‘duello’ con il concerto della Fenice, Catania l’ha spuntata alla grande.


