Era il 1999 quando il Teatro Stabile di Catania riusciva ad effettuare un ‘colpaccio’ portando sulla scena, per la prima volta, la trasposizione di un fortunato romanzo di Andrea Camilleri. Operazione che, peraltro, si inseriva perfettamente in un’acclarata tradizione che aveva visto lo Stabile etneo mettere in scena grandi capolavori della letteratura siciliana (come non ricordare, per esempio, le storiche trasposizioni dei “Malavoglia”, del “Gattopardo”, de “I Vicerè”, de “Il giorno della civetta” per non citarne che alcuni…). In quella occasione si costituì un binomio che avrebbe dato successivamente tanti altri frutti (primo fra tutti “La concessione del telefono”); il lavoro di trasposizione fu compiuto, infatti, a quattro mani tra lo stesso Camilleri e Giuseppe Dipasquale il quale si assunse anche l’onere della regia. Sulla scena agiva un imponente parterre di attori legati alla storia dell’ente, tra cui primeggiavano Miko Magistro, Marcello Perracchio, Mariella Lo Giudice e Tuccio Musumeci. Inutile dire che fu un vero e proprio avvenimento e un grande successo, avvalorato dalla presenza dello stesso Camilleri.
Nove anni dopo il ‘Birraio’ venne ripreso, nel medesimo allestimento, di Antonio Fiorentino, con i costumi di Gemma Spina, ed una compagnia in parte rinnovata (Pino Micol protagonista accanto ai riconfermati Perracchio, Lo Giudice e Giulio Brogi e, naturalmente, tanti altri).
Sono passati altri 16 anni e “Il birraio di Preston” è tornato per la terza volta allo Stabile, nell’ambito della Stagione 2025/26, sempre con la regia di Giuseppe Dipasquale. L’allestimento è sostanzialmente lo stesso, con le scene di Antonio Fiorentino, che mantengono lo smalto originario, e i costumi di Stefania Cempini e Fabrizio Buttiglieri che riprendono quelli di Gemma Spina. Ampliata, invece, la produzione che vede la partecipazione di Marche Teatro, Teatro Al Massimo di Palermo e Teatro di Roma. Una iniziativa, questa volta, che si inserisce nel programma del Centenario Camilleri promosso dal Fondo Andrea Camilleri con il Comitato Nazionale Camilleri 100.
Concretizzare realisticamente sulla scena un mondo di pura invenzione poetica come un’intera città - l’immaginaria Vigata in cui Camilleri ambienta la vicenda - è sempre un’impresa pericolosa soggetta al rischioso confronto con la ricostruzione immaginifica elaborata mentalmente con la lettura.
Per questo motivo le scene di Antonio Fiorentino si limitano a suggerire piuttosto che ricostruire, accennando ad un generico plastico di cittadina incombente sul fondale e scarnificando la scena viva ai soli elementi essenziali. Su questa si svolge un’interminabile, sottilissimo gioco di personaggi e di avvenimenti a cavallo nel tempo, non sempre facilmente percepibili nella frammentaria ricostruzione a mosaico di un intreccio socio-poliziesco peraltro assai caro all’autore del commissario Montalbano.
E’ vero che la realtà sta alla base dello spunto di partenza del “Birraio”: l’incendio del Teatro Margherita di Caltanissetta all’indomani dell’inaugurazione avvenuta nel 1875; è anche reale l’opera che da il titolo alla piece teatrale di Camilleri, di quel Luigi Ricci compositore napoletano di un certo rilievo ma ormai dimenticato, contemporaneo di Bellini, che peraltro non inaugurò il teatro nisseno. Ma per il resto prevale la straordinaria fantasia di Camilleri che domina la scena con la sua ironia, la sua capacità di costruire intricate vicende entro cui si colloca un’atavica Sicilia minata da miserie, prevaricazioni, ingiustizie, collusioni tra mafia e politica che ammiccano a Sciascia e Pirandello con un linguaggio del tutto personale e ormai universalmente conosciuto; la regia di Dipasquale rende poi più vivo quanto di grottesco e surreale è già presente nel romanzo, suggerendo una recitazione che tende a privilegiare gli aspetti buffi piuttosto che realistici dei personaggi.
Una folla di attori ha agito sulla scena con Edoardo Siravo impegnato con multiforme ingegno a sdoppiarsi tra le vesti dello stesso autore e di altri svariati personaggi, come peraltro quasi tutti gli interpreti, dall’ambigua sequela di “potenti” alle due sorelle Riguccio, sempre assetate di sesso, cui Federica De Benedittis offre divertita voce e sostanza (esilarante la sequela di ‘ficcate’ con il suo amante). Centrale e sardonicamente arrogante la figura del cinico prefetto Bortuzzi tratteggiata con un improbabile e divertente accento toscano da Paolo La Bruna. E ancora il delegato Puglisi di Valerio Santi, forse l’unica figura moralmente sana, anche se parzialmente, a fare da contraltare alle miserie piccolo-mafiose del Memè Ferraguto di un divertentissimo Mimmo Mignemi, e decine di personaggi ancora che riempivano la scena passando da un personaggio all’altro: Gabriella Casali, Pietro Casano, Luciano Fioretto, Federica Gurrieri, Zelia Pelacani Catalano, Vincenzo Volo.
Un tocco di mesta malinconia proveniva poi dall’utilizzo della registrazione della voce di Camilleri che introduceva ogni quadro.
Uno spettacolo che pur se riproposto come cristallizzato nel tempo, risulta ancora divertente ed acuto grazie alla sempreverde prosa immaginifica e graffiante di Andrea Camilleri.


