Il Diavolo veste Prada 2
Mentre l'Italia celebra il suo cinema con i David di Donatello, il Diavolo veste Prada 2 continua a trionfare al box office, superando il biopic Michael e portando milioni di persone nelle sale.
Attesissimo e con un battage pubblicitario stratosferico, il film non sta incontrando lo stesso consenso del primo, pur avendone eguagliato gli incassi e continuando a suscitare molta curiosità.
Perché?
Il precedente era la favola americana: il sogno di realizzarsi, il fascino del potere, la seduzione del lusso, fino alla scelta finale dell'amore e del giornalismo "vero". Sullo sfondo, l'iconico "Tutti vogliono essere noi". Lieto fine? Forse.
Nel sequel il tono cambia. Vi è un incipit più sfarzoso, ma vengono affrontati temi estremamente attuali: la crisi dell' editoria nell'era digitale e dell'AI, la perdita di posti di lavoro e la ricerca di nuove soluzioni ed alleanze strategiche. Il potere vacilla più volte, e non soltanto di fronte agli imprevisti del meteo che blocca i voli.
Niente più favola. Moda e celebrità sì, ma immerse in una spietata e contemporanea realtà.
Si nota qualche buco di sceneggiatura (non giustificabile in relazione al budget e al ritorno degli stessi autori del 2006). Tuttavia vi è un interessante omaggio all'arte italiana: un importante sito culturale del nostro Paese diventa parte centrale della narrazione e, probabilmente, futura meta cult anche per il turismo più distratto. Una straordinaria promozione turistica per l'Italia. Mancano le battute divenute iconiche nel 2006. La costumista non è più Patricia Field ma la sua assistente Molly Rogers, che ha fatto delle scelte solo apparentemente meno iconiche: i tempi sono cambiati, i personaggi si sono evoluti, e così anche il concetto di lusso e moda. Riporta Vogue che il personaggio di Andy, che nel 2006 avevamo visto trasformarsi da ragazza trasandata a icona griffata (sotto la guida del mitico Nigel), nel seguito sceglie uno stile più personale e consapevole. Da giornalista globe trotter, quale è diventata, adotta un casual chic sobrio ma sofisticato: meno ostentazione, più identità.
Vale la pena di vedere il diavolo veste Prada 2 ?
Sì, assolutamente.
Per il cast, sempre superlativo. Per il glamour, perché i vari Fendi, Prada, Cucinelli e, last but not least, Paolo Longhitano (il designer siciliano i cui gioielli sono stati scelti per il set), rappresentano uno degli aspetti distintivi di un'epoca. Per l'omaggio all'arte italiana, dettaglio affatto secondario. E perché, nonostante tutto, la soluzione dei problemi arriva, realisticamente incastrata nella sceneggiatura, senza illusioni e con quella punta di amarezza che rende il film più adulto del suo predecessore. Questi vent'anni, oltre al ceruleo, citato e rivisitato, ci hanno cambiato, e non possiamo che accettarlo.


