Dopo la splendida inaugurazione con la Quinta di Mahler, il direttore d’orchestra tedesco Marcus Bosch è tornato al teatro Massimo ‘Bellini’ per un’altra magnifica performance, con il valore aggiunto, questa volta, della pianista (e politica di spicco) georgiana Elisso Bolkvadze.
Due le pagine interpretate dalla Bolkvadze, brevi, intensissime e quasi agli antipodi, per espressività, stile e ambito storico. Dapprima Chopin e il suo “Andante spianato e Grande Polacca brillante, op.22” nel quale è emersa soprattutto la bellezza di un suono soffuso e ricercato, tipico del romanticismo pianistico del compositore polacco e, al tempo stesso, una padronanza tecnica che faceva scorrere senza indugi la magnifica pagina. Poi, quasi voltando pagina, esplodeva tutta la pulsione ritmica del “Concerto n.1 in re bemolle maggiore, op.10” di Sergej Prokof’ev”, un brano che fa tremare le vene e i polsi, anticipando la perfetta effervescenza del futuro Terzo Concerto, di una modernità e maturità che stupisce per l’ancor giovane età del musicista russo, allora ventenne. Colpisce, in particolare, il distacco dallo schema tradizionale della forma-sonata, sostituita da una serie di variazioni che attraversano l’intera composizione, senza soluzione di continuità e con un andamento ciclico. Supportata dall’autorevole guida di Bosch, la Bolkvadze ha impresso un ritmo severo assecondando l’implicito virtuosismo senza, peraltro, tralasciare l’oasi di serenità che il secondo breve movimento implica e chiudendo, poi, in maniera trascinante.
Ai ripetuti applausi la pianista georgiana ha risposto con due ulteriori bis.
Nella seconda parte della serata la scena è stata tutta per l’orchestra e per il carismatico direttore tedesco, con l’esecuzione della “Sinfonia n.6 in fa maggiore, op.68 Pastorale” di Ludwig van Beethoven, con cui il compositore di Bonn accompagna genialmente il passaggio dalla musica ‘descrittiva’ a quella ‘a programma’, genere che si affermerà di lì a poco, in pieno romanticismo, prima con Berlioz poi con Liszt. Beethoven stesso ne indicherà le intenzioni sottolineando che si tratta di “più espressione del sentimento che pittura”.
C’è da dire che l’esecuzione catanese andava, invece, nella direzione opposta, almeno sul piano esteriore, poiché l’esecuzione era accompagnata dalla proiezione di ‘illustrazioni’ dovute all’estro fumettistico di Letizia Algeri; eleganti illustrazioni che, di fatto, tendevano a descrivere immagini evocate dalla musica; proprio ciò che Beethoven aveva negato! Per una volta è prevalso il gusto divulgativo-popolare evocato già dal celebre film d’animazione “Fantasia”, di Walt Disney, nel 1940.
Ci pensava, però, Marcus Busch a riportare il tutto su un piano di lucidità interpretativa che tendeva ad esaltare la ricchezza timbrica ed armonica della partitura, scavando attentamente l’agogica ed imprimendo il giusto equilibrio, seguito da una orchestra pronta a rispondere interamente, e con la professionalità che gli è propria, alle indicazioni del direttore d’orchestra.
Indiscusso e senza alcuna riserva il gradimento del pubblico, il quale ha applaudito con convinzione.


