Ancora un lavoro di uno scrittore americano sulla scena catanese, al teatro Brancati questa volta. ‘Hospitality suite’ di Roger Rueff, ha visto la luce in California nel 1992 e, con la sceneggiatura dello stesso Rueff, ha conosciuto anche una trasposizione cinematografica di successo, nel 1999, dal titolo ‘The Big Kahuna’, diretto da John Swanbeck, con Kevin Spacey, Danny De Vito e Peter Facinelli.
È il classico spettacolo teatrale ‘di parola’ che si svolge in un unico ambiente (nella piccola suite di un albergo di Wichita, nel Kansas) nell’arco di un solo giorno. Tre venditori aspettano il momento fissato per la convention: dovranno cercare di convincere i possibili clienti convocati ad acquistare i lubrificanti industriali della ditta per cui lavorano. Larry e Phil lavorano insieme e sono amici ormai da alcuni anni, Bob del settore ricerche è nuovo ed è stato aggregato per fare esperienza. Cominciano a parlare tra loro, a mangiare qualcosa, finché arrivano gli ospiti. La convention segue il suo corso abituale. Quando tutti sono andati via, Larry osserva che non ha visto il più grosso tra i potenziali clienti, Dick Fuler. Con tranquillità, Bob dice di averlo incontrato e di aver parlato con lui di cani e di religione. Aggiunge che da lì Fuler si recava poi ad una festa privata. Larry vorrebbe andarci subito, ma Phil pensa che sia meglio mandare solo Bob. Il giovane esce. Mentre l'aspettano, Phil parla a Larry di Dio, di amicizia, di affetti. Torna Bob, dice che ha rivisto Fuler e che con lui ha parlato di Cristo e non di lavoro. Tra Bob e Larry si accende una lite furibonda. Poi tutti, stanchi, vanno a dormire.
Non c’è una vera azione¸ tutto è affidato ai dialoghi ed ai monologhi con cui i tre attori mettono in scena le loro stesse esistenze, i rimpianti, le aspirazioni, la ricerca di un equilibrio interiore minato da un contesto sociale nel quale prevale sempre più la disumanizzazione, alla spasmodica ricerca di un successo lavorativo che non darà mai la felicità.
Tutto è sulle spalle degli attori che, nella presente rappresentazione erano assolutamente all’altezza del loro compito, a partire da Francesco Scianna, il quale si è assunto anche l’onere della regia con estremo equilibrio. Il suo Larry appare come un personaggio spavaldo che sa quello che vuole, che è pronto a tutto pur di ottenere il suo scopo, incontrare cioè il ‘Big Kahuna’ (il ‘pezzo grosso’, il ‘grande cliente’), che gli permetterà di fare l’affare della vita. Le cose non vanno come vorrebbe e dovrà affidarsi al ‘pivellino’ Bob, interpretato con disinvoltura dal giovane Lorenzo Crovo, con il quale avrà non pochi scontri senza che, peraltro, riesca ad intaccare le sue ingenue convinzioni, anche quando cercherà di porsi come improbabile mentore. E poi c’è l’anziano ed esperto Phil, interpretato da Sergio Romano, personaggio fondamentale, pieno di dubbi, inquietudini, rimpianti, il quale rimane comunque colpito e suggestionato dalla giovanile freschezza di Bob, al quale dedicherà un commovente monologo finale, quasi a volerlo incitare a seguire la sua strada di crescita morale, pur dovendo adattarsi alla società di lupi entro cui vive, fatta di spregiudicatezza e asservimento alla ricerca del denaro. Fabrizio Romano, infine, è un uomo che appare in una breve scena che caratterizza l’esempio ‘tipo’ dei partecipanti alla convention.
Lo spettacolo scorre per una novantina di minuti alternando riflessioni, dialoghi di natura personale e sociale, senza, in fondo, aggiungere più di tanto alla rappresentazione di una certa cultura americana.
Scene e luci di Angelo Linzalata, costumi di Stefania Campini, musiche di Paolo Spaccamonti; tutto funzionale a creare un allestimento sostanzialmente statico. Il pubblico ha apprezzato soprattutto la bravura degli interpreti, cui ha rivolto ripetuti applausi.


