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La vita è un sogno, epopea barocca di Calderón de la Barca

2023-03-26 17:24

Aldo Mattina

Cronaca, Spettacoli, Focus,

La vita è un sogno, epopea barocca di Calderón de la Barca

Proposta teatrale al Brancati senza ricorrere a riletture e manipolazioni spesso fuorvianti. Allestimento di Giuseppe Di Pasquale

È ancora possibile, al giorno d’oggi, proporre testi teatrali ‘classici’ senza ricorrere a riletture e manipolazioni spesso fuorvianti per una presunta necessità di aggiornamento e adeguamento alla sensibilità attuale? Con l’allestimento, al Teatro Brancati,  de “La vita è un sogno” di Calderón della Barca, immortale capolavoro del Seicento barocco spagnolo, Giuseppe Di Pasquale ci sembra abbia dimostrato di sì e, si badi bene, pur senza rinunciare all’uso della moderna tecnologia (le intriganti proiezioni di Francesco Lopergolo sulla scenografia minimalista dello stesso Di Pasquale) ma intervenendo sul testo con una traduzione e adattamento che, ricorrendo alla versificazione, restituisce al testo di Calderón tutta la suggestione del tempo andato.

      Commediografo e drammaturgo particolarmente prolifico, continuatore e contraltare dell’altro grande spagnolo, Lope de Vega, dedito negli ultimi decenni della sua lunga vita (morì ad 81 anni nel 1681) ad una particolare forma teatrale, l’Auto Sacramental (composizione drammatica di natura religioso-liturgica che esaltavano e glorificavano il mistero eucaristico) anche in seguito all’acquisito sacerdozio, intorno ai cinquant’anni), Calderón scrisse i suoi maggiori capolavori, quelli che ancora oggi mantengono una straordinaria modernità ai nostri occhi, intorno agli anni Trenta del Seicento, “Il principe costante” (1629), “La dama folletto” (1629), “La vita è un sogno” (1635), “La devozione della croce” (1634) ed altri ancora.

     Protagonista de “La vita è un sogno” è Sigismondo erede al trono del padre Basilio, re di una immaginaria Polonia, relegato dallo stesso in una isolata torre poiché un vaticinio aveva profetizzato al padre sciagure e abiezioni se Sigismondo fosse salito al trono, a causa della sua natura predisposta al male. Alterne vicende finiranno con lo smentire le paure del padre e Sigismondo salirà finalmente sul trono (dopo averne assaporato il gusto in uno stato di sopore scambiato per sogno) mutando le sue inclinazioni da maligne in benigne, grazie ad una acquisita consapevolezza assunta con ordine e raziocinio. Sarà proprio l’avventura vissuta sotto l’effetto della droga a farlo convincere che la vita è mera illusione, un sogno dal quale l’uomo si sveglierà oltre il tempo e lo spazio, quando gli si rivelerà l’unico vero, l’Eterno.

     L’allestimento di Dipasquale (sono sue traduzione, adattamento, scene e regia) scava tra le pieghe della psiche umana avvalendosi di una compagnia di bravissimi  attori guidati dalla coppia padre-figlio (nella scena come nella vita) Mariano Rigillo-Ruben Rigillo, impegnati in una sorta di gara interpretativa cui il primo imprime il sigillo di un’alta scuola e di una eccellente carriera da consegnare al secondo. Angelo Tosto, nei panni di Clotaldo, ha offerto ancora una volta una magistrale prova di attore drammatico mentre Silvia Siravo è stata una brillante Rosaura (anche nell’iniziale ‘en travestì’)Alessandro D’Ambrosi interpretava l’ambiguo Astolfo, ex amante traditore di Rosaura (cui alla fine si riunirà) e successivamente pretendente della principessa Stella (Federica Gurrieri) per aspirazione di successione al trono; divertente l’intervento di Valerio Santi (Clarino), il ‘gracioso’ della tradizione teatrale spagnola; Alessandro Brazzaventre completava il novero come servitore del re.

     I costumi di Dora Argento davano giusto risalto alla epicità della vicenda, così come le musiche di Germano Mazzocchetti.

     Uno spettacolo brillante e di grande spessore in cui la parola assume di diritto l’assoluto imprimatur.