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Province siciliane agli ultimi posti per qualità della vita. E se rivedessimo i criteri?

2022-11-11 16:57

Rosario Faraci

Cronaca, Attualità, Focus,

Province siciliane agli ultimi posti per qualità della vita. E se rivedessimo i criteri?

Palermo e Catania in fondo alla classifica per qualità della vita. Ma perché una pagella così brutta se molti pensano di vivere bene in Sicilia?

Non è sicuramente monotona e ripetitiva la vita in Sicilia. È vivace, quotidianamente imprevedibile, un po’ caotica, anche tanto incasinata. È la metafora del mondo odierno pieno di contraddizioni, diceva Leonardo Sciascia. In fondo, anche Gesualdo Bufalino in Cere Perse aveva etichettato la Sicilia come “isola plurale” e dunque così va la vita nella nostra terra, in modo non dissimile da ciò che accade altrove. Si va avanti per traiettorie multiple, non per percorsi lineari.

Ma che la qualità della vita in Sicilia sia infima, come evidenziano le ultime classifiche appena pubblicate da Italia Oggi e Il Sole 24 Ore, i due principali quotidiani economico-finanziari del Paese, ai Siciliani non sarà mai chiaro. Difatti, non appena l’Ansa ha diffuso la notizia puntualmente rilanciata dopo sui social, si è aperto un vivace dibattito. Ad esempio, in molti si sono chiesti come mai Milano, la capitale economica dell’Italia, nonostante i suoi mille problemi interni (è prima nel Paese per indice di criminalità, in un’altra indagine Il Sole 24 Ore), si trovi al quinto posto per qualità della vita (nelle prime tre posizioni ci stanno Trento, Bolzano e Bologna). Mentre Catania, chiamata forse frettolosamente la Milano del Sud, sia addirittura al 102° posto su 107 province esaminate.

In questo articolo, e in quelli che seguiranno nei prossimi giorni, proviamo a leggere i dettagli di queste classifiche che si basano su ricerche condotte da Università e istituti specialistici, che hanno esaminato diverse variabili. Dati ed informazioni sono raccolti da più fonti (soprattutto Istat), assemblati, organizzati per macro-voci e poi “pesati” secondo criteri però non sempre esplicitati. Non sono dunque numeri buttati giù di pancia per rimarcare ancora una volta la differente velocità di crescita di aree diverse del Paese. Tuttavia, ogni anno questi numeri penalizzano le città del Sud e contribuiscono ad alimentare la narrazione dominante secondo cui la qualità della vita, dalle parti nostre, non è affatto paragonabile a quella “più bella” delle città del Nord.

Ad esempio, l’indagine di Italia Oggi è stata svolta dal Dipartimento di Scienze sociali ed economiche dell’Università La Sapienza di Roma, in collaborazione con Cattolica Assicurazioni. Lo studio si è articolato in nove dimensioni di analisi, 16 sottodimensioni e 92 indicatori, consentendo di indagare in maniera approfondita i molteplici aspetti attraverso i quali la qualità della vita caratterizza un territorio. Le nove dimensioni di analisi sono: affari e lavoro; ambiente; istruzione e formazione; popolazione; reati e sicurezza; reddito e ricchezza; sicurezza sociale; sistema salute; tempo libero.

È di tutta evidenza quindi che, di primo acchito, se le province del Mezzogiorno si trovano in fondo alla graduatoria è perché i temi economici (affari, lavoro, reddito e ricchezza) peserebbero maggiormente rispetto ad altre dimensioni dell’analisi, ad esempio reati e sicurezza dove Milano è messa peggio. Ma è proprio così?

Iniziamo dunque l’analisi delle singole voci.

Affari e lavoro. In questa classifica parziale, Bolzano, Bologna e Pordenone si piazzano ai primi tre posti. Delle province siciliane, la più virtuosa è Ragusa (83°), seguita da Trapani (89°), Enna (90°), poi Catania (95°), Caltanissetta (97°), Palermo (100°), Siracusa (101°), Messina (103°) e Agrigento (105°). Napoli e Crotone, due città del Sud, sono agli ultimi due posti di questa graduatoria su affari e lavoro.

Le sottodimensioni analizzate per questa voce sono: tassi di occupazione maschile e femminile 15-64 anni (in entrambi i casi Palermo è terz’ultima); importo medio dei protesti per abitante (Milano è addirittura 102°); start-up e PMI innovative ogni 100 mila imprese registrate (Catania, prima in Sicilia, è al 33° posto a livello nazionale; Agrigento invece al 105°); tassi di disoccupazione maschile e femminile 15-64 anni (nel primo caso Messina è terz’ultima in Italia, mentre nel secondo Messina e Siracusa sono agli ultimi due posti della classifica nazionale); imprese registrate per 100 mila abitanti (nessuna siciliana sotto il 100° posto, Trieste addirittura alla 107°); imprese cessate ogni 100 imprese attive (Milano al 101° posto e Roma al 107°, mentre Enna, Palermo, Siracusa, Trapani e Caltanissetta occupano per virtuosismo le prime posizioni della classifica).  

Dunque, se – eccetto Ragusa – le province siciliane si trovano in fondo a questa classifica su affari e lavoro è perché inciderebbe più fortemente la disoccupazione maschile e femminile. O meglio è questa sottodimensione che sarà stata pesata di più per determinare il posizionamento delle province siciliane nella graduatoria. Però questo non si sa, perché la metodologia di calcolo non è stata esplicitata. La pagella per otto province su 9 in Sicilia è dunque insufficiente; voto scarso a Ragusa.

La disoccupazione, dunque. Ma questa non è una novità in un Paese che economicamente cresce alimentando al suo interno i divari fra Nord e Sud. E quindi, non ce ne vogliano gli analisti, ritorna ancora una volta la narrazione dominante di un Mezzogiorno che vivendo di stenti è infimo per qualità di vita.

Continua   

catotti
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