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La lunga crisi della politica italiana e l’elezione del Presidente della Repubblica

2022-01-17 10:57

Salvatore Grillo

Cronaca, Politica,

La lunga crisi della politica italiana e l’elezione del Presidente della Repubblica

Da Ciampi in poi gli Italiani hanno iniziato a “sentire” il loro Presidente che prima era per solo un simbolo

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I “padri costituenti” affidarono al Parla- mento la centralità del sistema italiano confidando nel ruolo dei partiti come cinghia di trasmissione della volontà popolare e come fucina di formazione di una società devastata dalla guerra
e bloccata da venti anni di dittatura.
Lo fecero perché vent’anni di stasi del libero dibattito avrebbe determinato una forte spinta al confronto, aiutando il Paese a trovare una propria stabilità e una diffusa consapevolezza delle regole del sistema democratico. Quegli anni
vedevano in campo grandi partiti con organizzazioni ancora embrionali ma con diffuso consenso popolare che esplodeva nella partecipazione di masse di cittadi- ni ai comizi, ma si “sentiva” che il clima da guerra civile era ancora presente a causa del quadro internazionale diviso in blocchi ideologicamente avversi, divisio- ne che era rappresentata nelle tendenze della popolazione. Fu questa realtà che portò a scegliere, per la massima cari-
ca dello Stato, un ruolo arbitrale che lo voleva garante del sistema democratico: una funzione da Re costituzionale più che da uomo della politica. Questa scelta si è dimostrata vincente nel primo ventennio della repubblica nel quale il sistema si è consolidato; inadatto ad affrontare con risolutezza e rapidità di tempi di decisio- ne le problematiche nuove e diverse che si sono affacciate nei periodi successivi
di trasformazioni sociali e culturali che emergevano nei paesi europei e ame- ricani. In quegli anni la Francia, la cui costituzione somigliava a quella italiana, la riformò con il semi presidenzialismo avendone grandi benefici di funzionalità e stabilità, le democrazie dei paesi anglo- sassoni dimostrarono di essere già attrez- zate grazie al presidenzialismo americano e alla forza storica della monarchia ingle- se garante di una forte presenza politica nel Paese, la Germania occidentale riuscì a stare al passo per la scelta fatta di dare controllo giuridico ai partiti, condizione che ne ha impedito la degenerazione che è avvenuta in Italia, come profetizzato da Don Sturzo, degenerazione che ha causa- to tangentopoli e poi, la supremazia dei partiti di famiglia. I tentativi di andare, in Italia, verso una repubblica presiden- ziale videro prima Pacciardi in campo, successivamente Mario Segni, avversati dalla grande stampa controllata dalle stesse famiglie che ormai controllavano i partiti, mentre questi tentativi venivano perseguiti dalla magistratura che aprì la caccia ai colpi di stato. La finale di questa storia la conosciamo: sono i 5 stelle e la lega, ambedue figli legittimi della crisi dei partiti ed il governo giallo-verde ne rappresenta l’apoteosi legittima.
Da anni ormai le necessità della Repub- blica hanno portato i Presidenti a ope- rare fuori dai dettami della lettera della Costituzione, istaurando una prassi che li vede spesso protagonisti più che arbitri, colmando le varie domande urgenti della quotidianità e andando incontro alla necessità di mantenere relazioni inter- nazionali di alto profilo. E così da Ciam- pi in poi, ma già con le avvisaglie delle esternazioni di Cossiga, gli Italiani hanno iniziato a “sentire” il loro Presidente che prima era per solo un simbolo da auguri di fine anno o da tragedie nazionali che emozionavano tutti, come la veglia per il bimbo caduto nel pozzo. Abbiamo vissuto un aggiornamento, di fatto, della Costitu- zione, che mi porta a dire:
mandate Draghi al Quirinale, e vi spiego perché.
I partiti, oggi, non possiedono una legit- timità popolare per riprendere la guida politica della Nazione, se lo dovessero fare determinerebbero ulteriori ritardi
e una lacerazione incolmabile con la società reale, ma anche allontanerebbero l’Italia dall’Europa e dalla possibilità di recitare un ruolo che, in questo secolo, prevede un confronto serrato nel Medi- terraneo con i gravi problemi dell’Africa e del Medio Oriente e possibili trasforma- zioni della stessa struttura sociale e della percezione culturale prevalente. Imma- giniamoci un governo in Italia a seguito della vittoria di questo centro destra e ripetiamo la previsione immaginando lo scenario opposto e avremmo innanzi due facce della stessa medaglia: il fallimento
del modello politico di questo Paese. Quindi Draghi va eletto al Quirinale non perché la sua cultura politica sia poten- zialmente capace di guidare una modifica della costituzione, ma perché la sua pre- senza al Quirinale ci assicura un ancorag- gio istituzionale agli altri grandi Paesi e consente, per il blocco che imporrebbe al gioco delle alternanze tra centro destra e centro sinistra, la possibilità che emerga un disegno riformatore forte e si trovi il tempo e lo spazio per farle le riforme, in un clima di neutralità ideologica e di pre- valenza degli interessi legati alle esigenze dei territori e delle popolazioni.
A Berlusconi mi permetto di dire che sarebbe venuto il tempo per riprendere il ruolo di protagonista nel mondo delle im- prese dove la sua genialità sarebbe utile venisse raccolta e continuasse ad operare nell’interesse del Paese.

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